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Ignazio Cassis in corsa per un seggio in Governo “Con un italofono in governo, il dialogo con Roma sarebbe facilitato”

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Per la prima volta da 18 anni un italofono potrebbe essere eletto nel governo federale. Cosa cambierebbe nei rapporti con l’Italia? L’intervista dell’Agenzia telegrafica svizzera al candidato ticinese Ignazio Cassis.

Ritratto di Ignazio Cassis

Il medico Ignazio Cassis è in Consiglio nazionale (camera bassa del parlamento federale) dal 2007. 

(Keystone)

“All’interno del Consiglio federale c’è una mancanza di sensibilità” per quanto concerne i rapporti con l’Italia, secondo il consigliere nazionale ticinese Ignazio Cassis, in lizza per la successione di Didier Burkhalter nel governo federale. E ciò malgrado l’Italia sia il terzo partner commerciale più importante della Svizzera.

Intervistato dall’Agenzia telegrafica svizzera in occasione di un incontro a Coira organizzato dalla Pro Grigioni Italiano, l’esponente del Partito liberale radicale si dice convinto che se in Consiglio federale ci fosse un italofono, il dialogo sarebbe facilitato.

ATS: Frontalieri, nuovi residenti, per molti una risorsa per altri un fenomeno da arginare. E poi rapporti economici, traffico e viabilità...in che direzione cercherà di indirizzare i rapporti con l’Italia se verrà eletto?

Ignazio Cassis: L'Italia è il terzo partner commerciale più importante della Svizzera, oltre che partner scientifico e culturale, ma c'è una mancanza di sensibilità all'interno del Consiglio federale in questo senso. L'impressione è che Berna non consideri l'Italia come Francia e Germania. Basti pensare che si mandano delegazioni a Roma a negoziare in lingua inglese, avendo l'italiano tra le lingue nazionali.

Dobbiamo innanzitutto abbassare la tensione su temi caldi come fiscalità, immigrazione, trasporti e mobilità, che vanno gestiti rapidamente con una strategia migliore. Abbiamo un accordo sulla doppia imposizione fiscale fermo da tre anni. Io sono convinto che se ci fosse qualcuno in Consiglio federale che è radicato con l'italianità il dialogo sarebbe facilitato.

ATS: Lei è ticinese e la sua candidatura rappresenta per tanti la possibilità di riaffermare il diritto dell'italiano ad essere rappresentato in Consiglio federale. Tuttavia, riconosce una necessità di superare l'identificazione Svizzera italiana = Ticino? Come ci si può riuscire e che ruolo hanno i media?

I.C.: Far capire agli svizzeri tedeschi che Cantone è diverso da regione linguistica è molto difficile. D'altra parte la Costituzione svizzera dà non al Ticino ma all'italianità il diritto di essere rappresentata nel Consiglio federale. Non va dimenticato che poco più della metà dei 700mila italofoni in Svizzera, che sono l'8,2% della popolazione, risiede fuori dal Ticino.

Da consigliere federale batterei il chiodo e forse dopo una decina d'anni questa consapevolezza riuscirebbe a radicarsi nell'immaginario collettivo. I media hanno un ruolo fondamentale: se c'è un appunto che ho sempre fatto alla televisione pubblica, come televisione svizzera italiana, è di essere troppo concentrata sul Ticino e poco sulla Svizzera tutta, perdendo la dimensione svizzera italiana nel suo complesso, al punto che gli svizzeri tedeschi la chiamano Tessiner Fernseher.

Altro veicolo importante è l'esistenza stessa di un consigliere federale di cultura e lingua italiana che crei questo legame simbolico e psicologico con la popolazione della Svizzera italiana dentro e fuori dal Ticino.

ATS: Buona parte del Partito liberale radicale grigionese è a favore dell'iniziativa popolare per l'abolizione dell'insegnamento di italiano e romancio nelle scuole elementari del cantone. Se l'iniziativa passasse cosa farebbe se verrà eletto in Consiglio federale?

I.C.: La pace linguistica in Svizzera non è data una volta per tutte ma va costantemente cercata. Da una parte bisogna tenere conto dell'autonomia dei Cantoni, ma dall'altra la coesione nazionale si appoggia su questo equilibrio. In Consiglio federale mi adopererei per sostenere nel Parlamento e nel Governo retico una posizione negativa quando discuteranno dell'iniziativa, in modo da rendere chiaro alla popolazione perché quella direzione non sarebbe giusta in un Cantone, unico in Svizzera, ad avere la ricchezza del trilinguismo.

ATS: È dei giorni scorsi la notizia che ha rinunciato alla cittadinanza italiana. Ha detto che le sembrava "logico", perché, dal momento che non era obbligato? Non sarebbe stata una carta in più che la legittimasse a rappresentare la Svizzera italiana tutta, e con tutta intendo gli italo-svizzeri e anche gli italiani in Svizzera, che sono una buona percentuale?

I.C.: Non è che lasciando il passaporto italiano perdo la mia italianità, resto un cittadino svizzero di lingua e cultura italiana, ancorato a questo bacino culturale, e continuerò a rappresentare questa italianità.

Ho fatto questa scelta perché non ero a posto con la coscienza: se obblighiamo gli ambasciatori che ci rappresentano all'estero ad avere il solo passaporto svizzero, non posso immaginarmi che il capo di tutti loro abbia il doppio passaporto, soprattutto qualora io sia capo del Dipartimento degli affari esteri. I sette ambasciatori più importanti della Svizzera sono i consiglieri federali.

Se c'è una parte della popolazione che avverte la doppia cittadinanza come mancanza di lealtà, allora deve essere immediatamente chiaro a tutti che c'è lealtà verso un solo Stato, per me è un aspetto simbolico importante. Fino al livello politico di parlamentare nazionale non vedevo conflitti, ma a livello di Consiglio federale ho riscontrato un'incoerenza che mi ha portato a questa scelta.

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