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La Svizzera può espellere un iraniano convertito al cristianesimo

I giudici della Corte europea non hanno riscontrato nessuna lacuna nella procedura di asilo seguita dalle autorità elvetiche. Reuters

La decisione delle autorità svizzere di rimpatriare un richiedente l’asilo iraniano convertitosi al cristianesimo non viola la Convenzione europea dei diritti umani. È quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti umani (CEDU) di Strasburgo. 

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 dicembre 2017 - 15:15

In una sentenzaLink esterno pubblicata martedì, la CEDULink esterno ha concluso che l'espulsione del denunciante in Iran non viola né l'articolo 2 (diritto alla vita), né l'articolo 3 (divieto di tortura). In particolare, i giudici di Strasburgo hanno sottolineato che le autorità svizzere avevano ascoltato personalmente il richiedente l’asilo e che la sua domanda era stata valutata da due istanze diverse. Non può essere fatta valere una procedura lacunosa. 

La CEDU ha inoltre confermato il parere delle autorità svizzere, secondo cui il denunciante non praticava la sua fede pubblicamente e pertanto non era a rischio di trattamento disumano al suo ritorno in Iran. 

Il caso 

Il trentacinquenne iraniano era arrivato nel 2009 in Svizzera, dove aveva immediatamente chiesto asilo. Il denunciante aveva indicato di essere stato arrestato in Iran per aver partecipato a manifestazioni nel corso delle elezioni presidenziali. Dopo la sua fuga dall’Iran, un tribunale locale lo aveva condannato a 36 mesi di reclusione in contumacia. 

Giudicando la sua versione dei fatti poco credibile, le autorità svizzere avevano però respinto la domanda di asilo nel 2013, ordinando inoltre il rimpatrio. Lo stesso anno, il denunciante aveva quindi depositato, con un nome diverso, una seconda domanda di asilo, in cui sosteneva di essersi convertito al cristianesimo in Svizzera e di essere membro attivo della congregazione persiano-cristiana. 

Il richiedente l’asilo aveva chiesto l'ammissione provvisoria in Svizzera, dichiarando che la sua vita sarebbe minacciata in Iran, a causa della sua fede cristiana. La Segreteria di Stato per la migrazione (SEM) ha tuttavia respinto anche questa domanda, disponendo l'espulsione. 

Chiamato a chinarsi su questo caso, il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha ammesso le ragioni invocate dalla SEM, in base alle quali il denunciante iraniano non aveva dimostrato alcun impegno religioso particolarmente esposto a livello pubblico e le autorità iraniane non erano quindi probabilmente informate della sua conversione. Secondo il TAF, i convertiti al cristianesimo non rischierebbero di venir perseguitati in Iran, se non espongono pubblicamente la loro fede e se questa non viene percepita come una minaccia. 

Critiche al verdetto di Strasburgo 

La sentenza giunta da Strasburgo viene criticata dall'associazione Dialogo CEDU, per la quale la Corte europea dei diritti umani segue il principio di sussidiarietà e si limita a riesaminare la procedura di asilo, dimostrandosi molto cauta nei confronti delle autorità e dei tribunali nazionali. Il verdetto dimostrerebbe ancora una volta che la CEDU sta frapponendo grossi ostacoli a coloro che cercano di dimostrare i rischi reali di persecuzione nei loro paesi di origine. 

L'associazione critica inoltre il fatto che, nella sua sentenza, la Corte europea chiede, per finire, a un cristiano di praticare la sua religione in Iran con moderazione e non in pubblico, per non essere perseguitato.

Dialogo CEDU

Creata da un centinaio di organizzazioni distribuite su tutto il territorio nazionale, l’associazione Dialogo CEDU mira a proteggere i diritti umani, esposti anche in Svizzera ad attacchi politici. Tra questi vi sarebbe in particolare l’iniziativa popolare «Il diritto svizzero anziché giudici stranieri» – lanciata dall’Unione democratica di centro (UDC) – che chiede di dare la priorità al diritto svizzero rispetto a quello internazionale. 

Secondo i promotori di Dialogo CEDU, l’accettazione di questa iniziativa sopprimerebbe il ruolo di garante dei nostri diritti fondamentali rivestito dalla Convenzione europea dei diritti dell‘uomo (CEDU), ratificata dalla Svizzera nel 1974. Questo rappresenterebbe per tutti noi la perdita di un importante fattore di protezione e un indebolimento della stessa CEDU, quale organo di tutela dei diritti umani unico al mondo. Tramite la campagna Fattore di protezione D, Dialogo CEDU conduce quindi un‘opera di sensibilizzazione sui pericoli di questa iniziativa per la difesa dei diritti umani.

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