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Aiuto umanitario incondizionato

Martin Dahinden dirige la Dsc dal 2008 Keystone

Quando si tratta di sostenere i paesi più bisognosi del pianeta, la Svizzera non fa dipendere il proprio contributo dal rispetto dei diritti umani, afferma Martin Dahinden, direttore della Direzione per lo sviluppo e la cooperazione.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 aprile 2009 - 16:02

Martin Dahinden è stato nominato direttore della Direzione per lo sviluppo e la cooperazione (Dsc) nel mese di aprile del 2008: swissinfo lo ha intervistato per stilare un bilancio dei suoi primi dodici mesi di attività alla guida di un'organizzazione che sta vivendo un'importante fase di cambiamento.

swissinfo: La Dsc definisce la cooperazione in materia di sviluppo anche in termini di democrazia, diritti umani e tutela dello Stato di diritto. In molti paesi queste condizioni non sono tuttavia presenti...

Martin Dahinden: Lo Stato di diritto, i diritti umani e lo sviluppo sono fattori strettamente correlati, in qualsiasi contesto. Questo vale sia in situazioni critiche, sia nelle regioni che stanno vivendo un periodo di cambiamento, per esempio in Europa orientale.

Quando si decide di intervenire in un determinato paese, viene effettuate un'analisi per capire quale strategia consente di avere i migliori risultati nell'ottica dello sviluppo economico e sociale.

Si deve comunque tenere presente che la Dsc non allestisce una classifica delle nazioni in base al grado di rispetto dei diritti umani: l'aiuto umanitario non viene fatto dipendere da questo tipo di considerazioni. Vi sono aree del mondo con enormi problemi a livello di diritti umani, in cui decidiamo comunque di essere presenti per agire e cercare di migliorare la situazione.

swissinfo: Quale è il margine di tolleranza?

M.D.: Se si dovesse considerare il rispetto dei diritti umani come criterio per intervenire o meno in una determinata regione, probabilmente non saremmo presenti nel Darfur. Ma noi non operiamo in questo modo.

Al contrario: se siamo convinti di poter migliorare la situazione mediante il nostro contributo, passiamo all'atto, per esempio proteggendo la popolazione e facilitando le condizioni di vita.

swissinfo: Com'è cambiata l'organizzazione dopo il suo arrivo alla Dsc?

M.D.: Non si deve attribuire un'importanza eccessiva al cambiamento del direttore. Cinque o sei anni or sono, la Dsc era un'organizzazione molto differente, che per certi versi viveva una vita propria, occupandosi di programmi e progetti.

Le sfide, a cui è confrontata attualmente la Dsc con i suoi partner, non possono più essere affrontate seguendo degli schemi tradizionali. Problemi quali i cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare, le risorse idriche, i flussi migratori assumono infatti un ruolo di primo piano. La globalizzazione – e di riflesso la crisi economica e finanziaria che stiamo vivendo – ci porta a riflettere in modo diverso.

swissinfo: In quale modo l'aiuto svizzero si differenzia da quello degli altri paesi?

M.D.: Vi sono alcuni aspetti peculiari che risalgono agli anni Cinquanta e Sessanta. Uno di questi elementi è il fatto di operare fin dall'inizio sul terreno, a stretto contatto con la popolazione.

Quando è nato l'aiuto allo sviluppo, si trattava di un concetto legato principalmente alla Guerra fredda. La Confederazione, paese neutrale, seguiva invece un approccio rivolto molto più direttamente alle esigenze della popolazione: questa caratteristica è rimasta immutata.

Oggigiorno è infatti fondamentale essere realmente presenti nei paesi in via di sviluppo e nell'Europa orientale. Non vorrei che la Dsc fosse un'istituzione che si limita a pianificare.

Rispetto agli altri paesi è importante rilevare che gli ambiti di cooperazione sono spesso diversi. Molti progetti hanno infatti una relazione diretta con le specificità elvetiche, per esempio gli interventi nelle aree decentralizzate, la fornitura di servizi ai cittadini ed evidentemente la grande tradizione in materia di diritto internazionale umanitario.

È questo, secondo me, il carattere distintivo dell'aiuto elvetico: un approccio globale ai problemi unito a un gruppo di aree d'eccellenza. Non si tratta di mettere bandiere rossocrociate ovunque.

swissinfo: I paesi sviluppati devono offrire aiuti maggiori ed esigere il rispetto di standard più severi?

M.D.: Ne sono convinto. Se ci chiediamo per quale motivo è necessario aiutare le persone che si trovano in una situazione disperata, abbiamo due risposte. Una è di carattere morale: chi vive in un ambiente privilegiato – avendo accesso a cibo, cure, istruzione di alta qualità – si sente obbligato a soccorrere chi sta peggio. Non dovremmo d'altronde mai dimenticare questi aspetti etici nella nostra attività quotidiana.

Secondariamente si deve tenere presente che, ignorando questi squilibri, anche chi vive in condizioni migliori sarà confrontato con le conseguenze. Se non ci si occupa di chi vive nella misera, prima o poi vi saranno per esempio problemi legati all'immigrazione illegale e al fondamentalismo che attecchisce in questi contesti.

Oggigiorno, ogni avvenimento che avviene nel mondo finisce per avere conseguenze sulla nostra esistenza. Di conseguenza, la nostra azione costituisce un impegno etico e nel contempo un'accorta tutela dei nostri interessi.

swissinfo, Justin Häne
(traduzione e adattamento: Andrea Clementi)

Martin Dahinden

Martin Dahinden è nato nel 1955 a Zurigo, dove ha poi ottenuto un dottorato in economia.

Durante la sua carriera al Dipartimento federale degli affari esteri, ha lavorato a Ginevra (delegazione svizzera presso il GATT), a Parigi, a Lagos e a New York (missione svizzera presso le Nazioni Unite). Dahinden è stato pure collaboratore presso il servizio per la politica di disarmo e delle questioni nucleari, capo della Sezione OSCE e supplente del capo della Missione svizzera presso la NATO.

Prima di essere nominato responsabile della Dsc nel 2008 ha diretto il centro per lo sminamento umanitario a Ginevra e la rete esterna del Dfae.

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NUOVI ORIENTAMENTI

La riorganizzazione della Dsc, avviata nel 2008, è la risposta alle critiche formulate nel 2006 dalla Commissione di gestione del parlamento. Quest'ultima aveva sollecitato una maggiore concentrazione geografica e tematica dell'aiuto umanitario, invitando l'organizzazione a dar prova di maggiore efficienza.

Dal 2012 la Dsc concentrerà quindi i suoi aiuti in dodici fra i paesi più poveri del mondo: Benin, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Mozambico, Tanzania, Bangladesh, Nepal, regione del Mekong, Bolivia e America centrale.

L'agenzia si ritirerà invece da Buthan, Ecuador, India, Pakistan e Perù, mentre proseguirà sei programmi speciali nell'Africa orientale e meridionale, in Afghanistan, in Mongolia, a Cuba e nei Territori palestinesi.

A medio termine,la presenza della Dsc sul terreno sarà nuovamente rafforzata e gli uffici di cooperazione saranno investiti di maggiore responsabilità. Anche la collaborazione con altri servizi del Dfae e dell'Amministrazione federale sarà migliorata. La Dsc si doterà inoltre di strutture direttive più trasparenti e più snelle.

Nel 2008 la Svizzera ha destinato 2,21 miliardi di franchi all'aiuto pubblico allo sviluppo (0,41% del Pil).

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