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«Indebolire la malavita colpendo i suoi capitali»

Come combattere la mafia? Seguendo i soldi sporchi e effettuando una mappatura dei singoli reati, per capirne eventuali legami, spiega Pierluigi Pasi, ex magistrato svizzero che per anni si è occupato della collaborazione con le autorità italiane.

Fattori chiave di successo nella lotta alle organizzazioni criminali transnazionali – spiega Pierluigi Pasi, ex magistrato ed ex responsabile dell’antenna luganese del Ministero pubblico della Confederazione – sono l’attività investigativa sul terreno, il coordinamento e lo scambio d’informazioni, ovviamente anche a livello internazionale. Il primo permette d’intercettare i cosiddetti “reati spia”, fra i quali certamente la corruzione, taluni illeciti in determinati milieu lavorativi e, naturalmente, precise forme di riciclaggio. Se messi in correlazione e mappati in un determinato contesto territoriale, questi reati, talvolta apparentemente non gravi, forniscono l’indizio della presenza di queste organizzazioni e precisi spunti investigativi».

Dal 2003 al 2015 Pierluigi Pasi ha lavorato per il Ministero pubblico della Confederazione, occupandosi in particolare dei rapporti con la magistratura italiana. 

(Keystone)

Importanti pure lo scambio d’informazioni e la collaborazione internazionale quindi?

Sì. Per un certo periodo, quando ero procuratore a Lugano, per dare immagine al livello di interazione raggiunto in indagini congiunte, alla Direzione nazionale antimafia di Roma (DNA) ci avevano denominato amichevolmente “la ventisettesima Distrettuale DDA” (in Italia, le Procure distrettuali antimafia dette DDA sono 26); già allora si era promosso e sviluppato un fattivo rapporto di collaborazione tale da rendere davvero efficaci gli strumenti giuridici previsti dai trattati internazionali, che esistono ma che occorre utilizzare al meglio. Sono in fondo le stesse considerazioni che valgono per la lotta al terrorismo e alla corruzione internazionale.

Che cosa sono le cosiddette informazioni spontanee e le indagini congiunte?

Semplificando, le “informazioni spontanee” d’indizi di reato da un’autorità giudiziaria di un Paese a quella di un altro permettono l’avvio e lo sviluppo d’indagini spesso altrimenti impensabili. Le indagini fra queste autorità sono “congiunte” quando sono condotte in parallelo da inquirenti di due o più Paesi sulla base degli accordi di collaborazione anch’essi codificati a livello internazionale. Entrambe queste forme di collaborazione creano le basi per l’avanzamento celere delle indagini.

Di esempi di successi investigativi, anche recenti, ce ne sono. Capitava di sedersi al tavolo con rappresentanti di una o più Procure italiane antimafia e che a dirigere i lavori di coordinamento fosse il procuratore nazionale antimafia stesso. In particolare, queste collaborazioni permettevano e permettono anche da noi l’avvio d’investigazioni per casi di sospetto di riciclaggio di beni mafiosi. Pietro Grasso (attuale presidente del Senato della Repubblica italiana, già procuratore nazionale antimafia), come anche in parte chi lo aveva preceduto e certamente chi gli è succeduto, da tempo aveva capito che, per contrastare le organizzazioni criminali internazionali, è essenziale colpire i loro patrimoni illeciti; lui più di altri insisteva nel mettere in pratica questo principio. Il cosiddetto “contrasto patrimoniale” è possibile anche attraverso queste forme di collaborazione transnazionale, e per ovvi motivi con il Ticino, la Svizzera e gli altri Paesi vicini, con piazze finanziarie ed economie evolute.

Come procedeva la collaborazione?

Da lui (Grasso) e da altri colleghi in prima linea, fra cui ovviamente anche Cataldo Motta, si è imparato molto sulle organizzazioni criminali, sulle loro logiche e le loro regole, ma anche sulle tecniche investigative per contrastare il fenomeno in Italia. In cambio, si offrivano le chiavi per potere comprendere i complessi meccanismi utilizzati per riciclare.

Ma come ho detto, è fondamentale anche investigare su scala locale ma in un’ottica più ampia i singoli reati, talvolta, appunto, apparentemente minori. Da noi, il grande lavoro che già fanno polizia e magistratura cantonali deve continuare a essere svolto anche in questa prospettiva. Mappare questi reati significa verificarne l’eventuale correlazione, può portare a capirne i legami, le logiche soggiacenti e individuarne l’eventuale regia comune. Insomma individuare, se vi sono, le organizzazioni e contrastarle.

L’estate scorsa è morto all’ospedale San Paolo di Milano, il boss Bernardo Provenzano. Il corleonese capo di Cosa Nostra aveva 83 anni e si trovava detenuto al carcere di Parma. Pietro Grasso, già capo della DNA, ha rilasciato diverse dichiarazioni, fu lui ad arrestarlo. Affiorano ricordi?

Con Grasso ci siamo conosciuti quando ancora era procuratore a Palermo. Con quell’arresto, lui ha avuto la fortuna ma anche la capacità di portare a compimento un intenso lavoro iniziato anni prima e seguito da molti prima di lui, magistrati e agenti di polizia. Sì, ricordo la mattina di aprile del 2006 quando con una telefonata mi sono rallegrato con lui per un arresto che si attendeva da tempo. Dopo ne abbiamo ancora parlato in molte occasioni, di quella cattura e delle dinamiche mafiose che caratterizzavano il personaggio, la cultura e la struttura mafiosa e quindi della pericolosità della mafia.

Già quando era procuratore, Grasso metteva in guardia chi sembrava lasciarsi ingannare dall’apparente sconfitta della mafia, creata dall’attuazione della politica della “sommersione”, ma di più dall’apparente inoffensività del capo di Cosa Nostra, catturato in condizioni di vita semplici quasi ascetiche e distanti dalla ricchezza. Da lui, come anche da altri colleghi impegnati in queste indagini, si è imparato molto sulle organizzazioni criminali mafiose, sulla logica e le regole mafiose, e sulle tecniche investigative adottate per contrastare il fenomeno in Italia; in cambio, si è dato supporto nel quadro d’indagini patrimoniali, ma non solo. Con la cattura prima e la scomparsa in seguito del capo di Cosa Nostra, tutti sanno che un pezzo di storia mafiosa è stato definitivamente scritta. Ma ha ragione Pietro Grasso nel dire, sulla mafia, che se “Provenzano porta con sé tanti misteri e pezzi di verità che si ha il dovere di continuare a cercare, il bisogno di verità e giustizia non muore mai”.

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