I tibetani chiedono alla Svizzera di fare di più per tutelare i loro diritti. La situazione dei diritti umani in Tibet è tuttora molto precaria, scrive oggi in una nota la Società per i popoli minacciati (SPM).

Il comunicato giunge in occasione del 60esimo anniversario del sollevamento popolare anti cinese, che ricorre domenica prossima. La repressione in Tibet da parte cinese continua tuttora, denunciano le organizzazioni tibetane in Svizzera. Lo scorso febbraio, il governo di Pechino ha imposto un divieto d'ingresso sul territorio tibetano per i turisti stranieri fino alla fine di aprile. Nel dicembre 2018, aveva vietato a monaci della provincia del Qinghai di insegnare la lingua tibetana nei loro monasteri.

Dal 2009, 155 persone si sono immolate per protestare contro la repressione, rammenta la SPM. "Chiediamo alla Svizzera di impegnarsi, a livello sia bilaterale che multilaterale, per il rispetto dei diritti umani e delle minoranze in Cina", dice il suo condirettore Christophe Wiedmer, citato nella nota. "Un semplice dialogo sui diritti umani - aggiunge - non basta. La Svizzera deve aumentare il suo impegno e la sua politica estera su questo punto".

Un accordo di libero scambio lega la Svizzera e la Cina dal 2013. I due Paesi si sono dunque avvicinati sulla scena economica e politica. Per la comunità tibetana in Svizzera, si legge nel comunicato, ciò ha comportato restrizioni concrete in fatto di libertà d'espressione e di circolazione, di protezione della sfera privata e del diritto di avere la propria identità.

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