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Riforma costituzionale, "non ci resta che piangere"



Roberto Benigni in un ritratto d'archivio

Roberto Benigni in un ritratto d'archivio

(keystone)

E scese in campo il menestrello più amato d'Italia. Quello che saltava in braccio a Berlinguer, dava del "Wojtilaccio" a papa Giovanni Paolo II, insidiava Raffaella Carrà sul palco del Festival di San Remo. Ma anche il regista di talento, che con "La vita è bella" riuscì a realizzare un capolavoro impensabile e degno dell'Oscar: raccontare l'Olocausto attraverso la forza dell'ironia, farci sorridere o ridere senza per nulla svuotare il senso di quella tragica pagina di storia.

Sceso apertamente in campo, il menestrello, per dire Si alla riforma costituzionale fortissimamente voluta da Matteo Renzi. Sostenendo persino che la bocciatura "sarebbe peggio della Brexit", e non si capisce se è semplicemente una battutaccia delle sue (del resto parlava alle belvette delle "Iene"), oppure se, sbagliando, ci crede davvero. Proprio lui, il cantore della "Costituzione più bella del mondo" (ma avrà letto tutte le altre?), elevata a spettacolo degno dei "Dieci comandamenti". Lui si difende: salvaguardata la prima parte della Magna Carta (quella dei principi inalienabili),ricorda che la seconda può e deve adattarsi alle nuove realtà, come del resto avevano raccomandato gli stessi padri della Costituzione.

Apriti cielo. L'opposizione, fautrice del No, si è scatenata contro l'attore toscano. Non era avvenuto con Buffon (ma si sa, ha meno fascino politico ed è il capitano dell'amata Italia calcistica). Ma con Benigni è un'altra storia. Lui qualche voto lo può muovere. E allora, giù con gli insulti. Fino a quell'incredibile sentenza ("anche lui tiene famiglia") pronunciata da Renato Brunetta (al costante e acritico servizio dell'ex cavaliere), che in questa battaglia si ritrova a fianco di D'Alema, che lo aveva definito "un prepotente tascabile". Come se un Benigni avesse davvero bisogno di schierarsi per ottenere apprezzamento e relative commesse dal potere in carica. E non possa esprimere invece un'opinione per intimo convincimento.

A tanto si arriva nel surriscaldato e lunghissimo dibattito (iniziato a maggio, terminerà il 4 dicembre) che sta praticamente paralizzando qualsiasi altro tema già programmato in sede parlamentare, dalla riforma della legge elettorale a quella penale, o del codice civile, o ancora sul conflitto di interessi. Tutto bloccato. Se ne parlerà (forse) dopo il referendum. Un autentico mantra per spiegare il pantano in cui ci si è infilati per un voto che è più su Renzi che sulla sostanza del cambiamento costituzionale.

Fosse solo Benigni. Aggiungeteci le polemiche sulla formulazione del quesito referendario (con l'opposizione che si è svegliata in ritardo), il ricorso sullo stesso interrogativo sottoposto al TAR dai Cinque Stelle, il fatto che la destra di Verdini continua a salvare il governo in parlamento, i deludenti risultati economici, il prevedibile scontro con Bruxelles sull'imminente manovra finanziaria, per dare un'idea del caotico momento politico italiano. Roba in grado di disorientare anche i più celebrati analisti internazionali. Per esempio il "Financial Times", che solo un mese fa auspicava la vittoria di Renzi per evitare non solo la crisi del premier ma la destabilizzazione dell'intera Unione Europea, e che pochi giorni fa se ne è uscito con una previsione del tutto diversa: "Una sconfitta di Renzi non per forza indebolirà l'Italia".

Com'era il titolo di quell'altro famoso e divertente film con Benigni? Ah, ecco: "Non ci resta che piangere".

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