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Hypercorsivo L'invincibile casta dei maleducati a pedali

(commons.wikimedia.org)

Quando in Italia si parla di castaLink esterno, il pensiero corre subito alla politica. O meglio, alla casta dei politici che bivacca tra MontecitorioLink esterno e Palazzo MadamaLink esternoE si capisce perché, no?  

Quella è la casta per eccellenzaLink esternoMa non l’unica. Ce ne sono altre, purtroppoLink esternoChe si fa finta di non vedere. E che, spesso, sono popolate anche da chi strilla contro privilegi, abusi, malcostume.

La casta dei ciclisti maleducati, per esempio. No, non c’entrano i corridori del Giro d’ItaliaLink esternoParlo dei ciclisti maleducati da centro città. Che sono riuscitiLink esterno (e riescono ogni giorno) a rendere insopportabile un oggetto meraviglioso come la bicicletta.

La riprova? Se vi capita di visitare Milano, dove abbondano, potete averla voi stessi. Vi basterà cercare un angolo tranquillo e osservare il gruppone (purtroppo sempre più vasto) dei pedalatori inciviliLink esterno.

Che cosa fanno? Passano sistematicamente con il rossoLink esternoTrattano i marciapiedi come piste ciclabiliLink esternoSi buttano sulle strisce in mezzo ai pedoni con arroganzaLink esterno.

Non basta. Vanno spudoratamente in contromanoLink esternoHanno un gusto particolare nel rendere pericolose, zigzagando veloci, le zone pedonali, quelle dove uno dovrebbe poter camminare in tutta tranquillità.

E, talvolta, fanno tutto ciò in formazione famigliare: papà in testa, mamma in coda, uno o due pargoli nel mezzo, sciaguratamente esposti ai rischi incancellabili della strada. Per non parlare di quei genitori che, con un piccolo sul seggiolino fissato al manubrio e l’altro sopra il portapacchi, slalomeggiano nel traffico.

Ora… per andare in moto il casco è obbligatorio, guidatore e passeggeri di un’auto -pur protetti da sbarre d’acciaio laterali e airbagLink esterno- devono tassativamente indossare le cinture di sicurezza, i bambini fino ai 12 anni possono viaggiare in macchina solo su seggiolini omologatiLink esterno, dove vengono legati (giustamente) come salami, e chi guida, siano due o quattro ruote a motore, dev’essere regolarmente targato, patentato, assicurato.

Le bici invece? Niente di niente.Link esterno Niente patente. Niente targa. Niente casco. Niente assicurazione. Nessun obbligo di sicurezza a tutela dei bambini.

Affari loro, direte. No, sono anche affari nostri. Per esempio: se esci sereno dal portone di casa, oppure attraversi una strada a senso unico -guardando, ovviamente, solo da una parte- e, in un caso o nell’altro, una bici ti investe buttandoti a terraLink esterno, magari procurandoti la frattura di un braccio, mi dite per favore chi pagaLink esterno?

Il ciclista? E se scappa come lo identifichi? E se qualcuno lo ferma e non vuol pagare? Gli fai causa? In Italia? Aspetta (anni) e spera (invano) di aver ragioneLink esterno… 

Perché, comunque, è - socialmente, politicamente - una… gara in salitaLink esterno: il ciclista ha sempre ragione.

Per esempio, se cercate sui giornali traccia di quanto precede, la troverete solo nelle pagine dedicate alle lettereLink esterno: le lamentele contro i maleducati del pedale attraversano tutta la penisola, infatti, ma i media preferiscono voltarsi dall’altra parte e affidare, in questo caso, la parola ai cittadini.

Come mai?

Per due ragioni. Prima ragione: il politicamente correttoLink esternoBici-uguale-rispetto per l’ambiente-uguale vita sana-uguale mobilità consapevole. Quindi, giù le mani dalla bici. Se provi a mettercele, ti dicono subito che una piccola minoranza di cialtroni non può giustificare la criminalizzazione di una vasta maggioranza di virtuosi, ammirevoli pedalatori.

Ok. Ma con la minoranza di cialtroni, allora, come la mettiamo?

Seconda ragione: il quieto vivere. La lobbyLink esterno della bicicletta parte dai costruttori, attraversa le forze politiche ecologiste e, grazie a centinaia di agguerrite associazioni territoriali, arriva ovunque. Chi osa andarle contro, rischiando contraccolpi sociali, politici, commerciali?

Nessuno. E, infatti, nessuno muove un dito. Anzi, si arriva al paradosso, pur in presenza di un pericolo reale, di istituire il doppio senso per le bici in un senso unico per le auto!Link esterno Così i ciclisti maleducati, certi di essere intoccabili, sono sempre più spavaldi.

Una casta, appunto. Che si intrufola dappertutto.

A Milano, per esempio, ogni giovedì sera, gli araldi dei pedali, riuniti sotto la nobile e storica etichettaLink esterno di Critical massLink esterno, partendo alle 22,30 da Piazza Mercanti, due passi dal Duomo, si muovono a centinaia per le strade del centro paralizzando volutamente Link esterno il traffico; facendo un chiasso d’inferno, con musica a palla, trombe, fischietti, urlaLink esterno; provocando minacce e colpi di clacsonLink esterno di chi si ritrova imbottigliato agli incroci (ci sono stati anche un paio di fattacci, l’unoLink esterno e l’altroLink esterno prontamente stigmatizzati dagli organizzatori); e, infine, svegliando chi si è appena addormentato.

Volete ridere (amaro)? A scortarli ci sono i vigili urbani con tanto di lampeggiatore… Perché anche i ciclisti votano (e si candidano)Link esterno, no? E, quindi, meglio tenerseli buoni.

Tutti. Maleducati inclusi.

Che, se accusati, ti rispondono ripetendo sempre il solito refrainLink esterno: “Se aveste costruito o costruiste piste ciclabili anziché pensare solo a produrre auto inquinanti, non ci sarebbe alcun problema, chiaro?”.

Ossia: “Senza piste ciclabili ci dobbiamo arrangiare, la colpa è vostra e non nostra. Dovevate pensarci prima. Dovevate progettare le strade a misura di bici. Dovevate preoccuparvi della salute dei vostri figli”.

Peccato che i nuclei delle città italiane risalgano a qualche centinaio di anni fa, quando la bicicletta doveva ancora essere inventata. Peccato che non si possano abbattere chiese, monumenti, palazzi d’epoca per ridisegnare le storiche vie del centro a misura di pedale.

Peccato sia impossibile abolire di colpo autobus, taxi, veicoli commerciali e vetture private, se non negando la mobilità a chi non va in bici per ragioni d’età, perché non sa stare in sella, perché ha paura, perché vive in lontane periferie o perché deve consegnare pacchi e quant’altro.

Peccato, infine, che la paralizzanteLink esterno corazza del Patto di stabilitàLink esterno impedisca di riparare strade e marciapiedi e non permetta, quindi, di fare piste ciclabili anche là dove sarebbe possibile.

Ma, soprattutto, peccato che, tranne qualche voce isolataLink esterno, i tantissimi ciclisti bravi, rispettosi e consapevoli (certamente la maggioranza) non muovano un dito – uno solo – contro i loro colleghi incivili.

Perché? Tacito consenso, indifferenza o paura?

Fate voi.

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