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L’impatto ambientale dell’alimentazione Due giovani al soccorso del pianeta Terra

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La produzione, la trasformazione e il trasporto di derrate alimentari sono responsabili di circa il 30% dei danni ambientali provocati a livello mondiale, sotto forma di consumi di risorse, distruzione della biodiversità, cambiamenti climatici e inquinamento del suolo, dell'acqua e dell'aria.

(Keystone/ Valentin Flauraud)

Tra pesticidi, nitrati, fosfati e emissioni di CO2, l’alimentazione è il bene di consumo che pregiudica maggiormente l’ambiente in Svizzera e nel mondo. Con la start-up Beelong, due giovani vodesi hanno messo a punto uno strumento che permette a produttori, distributori e ristoratori di ridurre l’impatto ecologico dei loro prodotti. 

“Oggi si producono delle vere e proprie aberrazioni nel sistema agroalimentare. Vi sono, ad esempio, dei pomodori coltivati in Italia, che vengono poi trasportati in Cina per essere messi in scatola e quindi rispediti ai consumatori in Europa. Tutto ciò ha un senso?”, si chiede Charlotte de La Baume. 

Sensibile alle questioni ambientali, la giovane vodese aveva concluso nel 2012 i suoi studi alla Scuola alberghiera di Losanna (EHL) con un lavoro di diploma dedicato all’alimentazione sostenibile. Da questo lavoro è nato un progetto per mettere a punto un indicatore in grado di determinare l’impatto ecologico dei prodotti alimentari che consumiamo ogni giorno. Informazioni che, ancora oggi, mancano quasi ovunque. 

E da questo progetto è poi nata nel 2014 la start-up BeelongLink esterno, che si prefigge di promuovere la trasparenza sul mercato alimentare e aiutare operatori del settore e consumatori a scegliere prodotti rispettosi dell’ambiente. L’indicatore consente di valutare le derrate alimentari sulla base di cinque criteri: la provenienza, la stagione, il modo di produzione, la trasformazione e l’incidenza sul clima e le risorse. Nel giro di pochi anni, questo strumento è già stato impiegato per una diagnosi dell’impatto ambientale dei prodotti alimentari di oltre 120 trasformatori, distributori ed esercenti di ristoranti e mense di aziende, ospedali, scuole e prigioni. 

Per Mathias Faigaux e Charlotte de La Baume sono i consumatori i primi ad approfittare di una maggiore trasparenza sulla provenienza e i metodi di produzione di ciò che trovano ogni giorno nel loro piatto.

(swissinfo.ch)

Una professione da rivalorizzare 

Beelong, situata a Losanna, è diretta da Charlotte de La Baume e da Mathias Faigaux, pure diplomato presso l’EHL, una delle scuole alberghiere più rinomate del mondo. Ma cosa ha spinto questi due giovani, con una promettente carriera di albergatori dinnanzi a loro, a lanciarsi nell’avventura di una start-up? 

“Per salvare il mondo”, risponde ridendo Charlotte de La Baume. “Ma, è vero che oggi il nostro sistema agroalimentare è estremamente intensivo e non consente a tutti di vivere e di mangiare in modo sano e rispettoso del pianeta. Nel 2050 vi saranno probabilmente 10 miliardi di persone da nutrire: dobbiamo quindi cambiare questo sistema. E se non lo facciamo noi giovani, chi lo farà?”. 

Per Mahias Faigaux si tratta perlomeno di “salvare” una professione. “Negli ultimi tempi si denota sempre più la tendenza a lavorare nel settore della ristorazione con prodotti trasformati e già preparati. Personalmente vengo da una famiglia di ristoratori e credo che questa professione debba essere rivalorizzata, dimostrando che è possibile cucinare da soli i propri prodotti, salvaguardando l’ambiente e a prezzi ragionevoli. Sono convinto che vi sono sempre più clienti sensibili ad una simile offerta”. 

Il carico ambientale più pesante 

“L’alimentazione ha un grandissimo impatto sull’ambiente, di cui non ci rendiamo conto quando scegliamo un prodotto”, prosegue Charlotte de La Baume. “Già solo per la coltivazione vengono impiegate risorse e mezzi importanti, acqua, fertilizzanti, pesticidi. Poi il cibo viene trattato, trasportato, trasformato. Spesso non siamo consapevoli del ciclo di vita di un prodotto alimentare, dalla sua nascita fino a quando arriva nel nostro piatto”. 

Secondo l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM)Link esterno, l’alimentazione rappresenta effettivamente il bene di consumo che pregiudica maggiormente l’ambiente in Svizzera, davanti all’energia e alla mobilità privata. Il 28% dell’inquinamento ambientale è dovuto a ciò che mettiamo in bocca ogni giorno. Occorre l'equivalente di 80 litri di benzina per produrre gli alimenti che una persona consuma in media ogni mese. 

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Impatto ecologico dei principali beni di consumo

Il bilancio ecologico dell’alimentazione è gravato in primo luogo dall’agricoltura con il suo consumo di risorse e con le sue emissioni di nitrati, fosfati, metano, pesticidi e metalli pesanti. Il settore agricolo genera, ad esempio, il 70% delle emissioni totali nell’atmosfera di ammoniaca e ossido di azoto, il 20% di particelle di fuliggine cancerogena e il 14% di CO2. Un carico ambientale appesantito dai trasporti, dalla conservazione e dalla trasformazione industriale di molte derrate alimentari. 

Diagnosi dell’impatto ambientale 

Beelong offre ai ristoratori servizi di consulenza e formazione, come pure una diagnosi dell’impatto ambientale delle derrate alimentari da loro ordinate sull’arco di 6 settimane in estate e altrettante in inverno, ossia nei periodi in cui l’offerta di prodotti indigeni e di stagione è più grande e, rispettivamente, più ristretta. Le ordinazioni sono sottoposte al vaglio di una banca dati per risalire alla provenienza degli alimenti, identificare metodi di produzione e di lavorazione, calcolare la lunghezza dei trasporti e determinare il bilancio ecologico in base alle emissioni di C02, lo sfruttamento del suolo e l’inquinamento dell’acqua. 

I risultati vengono presentati in un rapporto e sono riassunti in un certificato con 7 graduazioni, che ricalca il modello dell’etichetta impiegata in Europa per indicare l’efficienza energetica di apparecchi elettronici ed elettrodomestici. Il ristoratore può usare questo certificato per mostrare il suo impegno ecologico alla clientela. 

Servizi analoghi vengono proposti dalla start-up anche a industrie agroalimentari. “All’inizio ci siamo chiesti, se avesse senso operare in questo settore: è chiaro che l’ideale sarebbe di consumare prodotti non trasformati a livello industriale”, rileva Charlotte de La Baume. “Anche in questo mercato sono però possibili dei miglioramenti. Già oggi vi sono industrie più esemplari di altre, che utilizzano, ad esempio, ingredienti di provenienza locale o meno additivi”. 

“Sarebbe sbagliato scartare questi attori del settore alimentare, dato che, per finire, sono loro che producono buona parte dei prodotti consumati dalla gente”, aggiunge Mathias Faigaux. “È quindi più utile lavorare con loro per aumentare la trasparenza sulle derrate alimentari e permettere ai consumatori di scegliere con conoscenza di causa”. 

Troppa carne nei piatti 

E in che modo i consumatori possono contribuire a ridurre l’impatto ecologico della loro alimentazione? “Vi sono tre criteri principali: la provenienza dei prodotti, il loro metodo di produzione e il loro impatto sul clima e le risorse, ossia se si tratta, ad esempio, di verdure, carne o pesce”, risponde Charlotte de La Baume. 

Questi criteri corrispondono quindi in buona parte alle raccomandazioni per un’alimentazione sana: meglio nutrirsi di prodotti locali, di stagione, bio e vegetariani. Dobbiamo quindi rinunciare alla carne, uno dei generi alimentari con il peggior bilancio ecologico? 

“Per sensibilizzare operatori del settore alimentare e consumatori, non credo che si possano proporre soluzioni estreme, in bianco o nero”, sottolinea Charlotte de La Baume. “Il nostro messaggio è che si può sicuramente ridurre il proprio consumo: oggi, in Svizzera, mangiamo in media nove piatti con carne per settimana. È sicuramente troppo”. 

In Svizzera il consumo pro capite di carne è rimasto stabile negli ultimi 20 anni e si aggira sui 50 chilogrammi all’anno. Un importo che si situa nella media internazionale, dato che in paesi come gli Stati uniti se ne consuma quasi il doppio, mentre in molti paesi in via di sviluppo appena pochi chili all’anno. 

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Consumi di carne

Tenendo conto di queste cifre, i due giovani promotori di Beelong hanno ancora dinnanzi a loro un grande lavoro di sensibilizzazione da svolgere per ridurre l’impatto ambientale dell’alimentazione. Ma si potrà salvare il pianeta? “Non credo che dobbiamo consumare e mangiare in modo responsabile per salvare il pianeta”, risponde Mathias Faigaux. “Ma per fare in modo che noi stessi possiamo continuare ad approfittare delle sue risorse e nelle migliori condizioni”.   

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