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Aiuto umanitario e allo sviluppo Come la cooperazione svizzera collabora con il settore privato

Ecole primaire au Benin.

Scuola elementare in Benin. «Un giovane di 16 o 18 anni non vuole sentirsi dire che sarà assistito per i prossimi 40 anni», afferma Chantal Nicod.

(Photononstop via AFP)

Le imprese e le fondazioni filantropiche sono sempre più attive in progetti di aiuto umanitario e allo sviluppo. Un impegno accolto con favore dall’agenzia svizzera per la cooperazione, anche se con qualche riserva. Le spiegazioni di Chantal Nicod, a capo della divisione Africa occidentale alla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC).

«I filantropi possono rivoluzionare lo sviluppo internazionale?»: è la domanda posta nell’ambito di una conferenzaLink esterno organizzata a inizio ottobre a Ginevra dal quotidiano Le TempsLink esterno, dal settimanale Monde AfriqueLink esterno e dal Graduate Institute (IHEID).

swissinfo.ch ne ha discusso con Chantal Nicod, ospite del forum in qualità di responsabile della divisione Africa occidentale alla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC).

swissinfo.ch: La filantropia svolge un ruolo sempre più importante nell’aiuto umanitario e nella cooperazione allo sviluppo?

Chantal Nicod: La filantropia è effettivamente in crescita e questo è positivo. Mancano ancora i mezzi necessari per finanziarie lo sviluppo nel mondo e unire le forze non può che essere positivo. Il ruolo crescente degli attori privati va nella direzione dell’Agenda 2030 e degli accordi presi a livello internazionale, come ad esempio in occasione della conferenza di Addis Abeba sul finanziamento dello sviluppo. La DSC cerca costantemente opportunità di collaborazione con il settore privato.

Va inoltre elogiato il fatto che la stessa filantropia sta cercando nuovi modi di agire e di innovare nelle sue modalità d'intervento. Ad esempio, la DSC collabora con Swiss Re nel settore assicurativo e riassicurativo.

È tuttavia importante distinguere tra organizzazioni filantropiche e attività imprenditoriali del settore privato. La vera sfida è che il settore privato agisca in modo responsabile dal punto di vista ambientale e sociale, pur continuando a generare profitti, ciò che è perfettamente legittimo.

Chantal Nicod.

(Frédéric Burnand/swissinfo.ch)

swissinfo.ch: Vent’anni fa, l’ex segretario dell’ONU aveva lanciato un patto mondiale con le imprese per responsabilizzarle, facendo affidamento sulla loro buona volontà. Le ONG, d’altro canto, rivendicano la creazione di organismi di controllo indipendenti o di strumenti per imporre obblighi precisi a queste multinazionali. Qual è il suo punto di vista?

C. N.: Questo patto mondiale continua ad esistere e vi partecipano numerose imprese svizzere. In questo contesto, l'ONU sta lavorando alla formulazione di standard, un ruolo che le compete. Anche la DSC sostiene alcuni paesi nell'applicazione di questi standard.

Per quanto riguarda le misure coercitive per l'attuazione di tali standard, vi sono due possibili livelli di intervento.

Da un lato, un adeguamento delle legislazioni nazionali agli standard internazionali. E le Nazioni Unite, come le agenzie di cooperazione, possono aiutare questi paesi a mettere in atto delle norme nazionali.

D'altro canto, anche il consumatore può agire. Negli ultimi decenni, i consumatori hanno preso sempre più coscienza dell'origine di un prodotto e delle modalità di produzione. In altre parole, attraverso i consumatori e il quadro giuridico nazionale, il mercato può esercitare una certa pressione sulle imprese, le quali sono sempre più consapevoli della posta in gioco. Alcune aziende hanno d’altronde intrapreso un percorso in questo senso, hanno sentito la necessità di rivedere il modo in cui fanno affari.

swissinfo.ch: Non è paradossale mettere in rilievo la filantropia, che è anche uno strumento per eludere il fisco, pur sottolineando che senza un vero e proprio Stato non c’è sviluppo possibile, quando questo dipende proprio anche dalle entrate fiscali?

C. N.: Anche le fondazioni filantropiche sono presenti in questo dibattito. Come ha detto Ariane de Rothschild (presidente del comitato esecutivo del gruppo Edmond de Rothschild e filantropa, ndr), si tratta di collegare ciò che la fondazione fa alla banca che la finanzia, attraverso una valutazione dei danni sociali o ambientali che la banca può provocare e la ricerca di soluzioni alternative. È un esempio che mostra come le fondazioni filantropiche stiano compiendo progressi significativi su questi temi.

La conferenza «I filantropi possono rivoluzionare lo sviluppo internazionale?», tenutasi il 12 ottobre 2017, ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti del mondo politico, economico e filantropico. Tra questi: Chantal Nicod, della DSC, Ariane de Rotschild, presidente del comitato esecutivo del gruppo Edmond de Rothschild e attiva in seno a fondazioni famigliari, la principessa saudita Lamia al Saud e Michael Faye, cofondatore di GiveDirectly e Segovia Technology, organizzazioni filantropiche che sostengono di permettere «alle organizzazioni di trasferire denaro a chiunque, in qualsiasi momento e in tutti i paesi emergenti».

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swissinfo.ch: E per quanto riguarda il pagamento delle imposte?

C. N.: Alcuni paesi hanno i mezzi per svilupparsi, come quelli emergenti. Si tratta dunque di sostenerli nello sforzo volto a definire politiche fiscali eque che consentano allo Stato di assumersi le proprie responsabilità. La cooperazione multilaterale, in particolare le banche di sviluppo, hanno le competenze per sostenere la volontà degli Stati di agire. La Svizzera contribuisce a queste istituzioni e si impegna in tal senso.

swissinfo.ch: Durante la conferenza, ha parlato delle virtù e dei limiti del trasferimento di denaro alle vittime di crisi umanitarie. Una ricetta che la cooperazione svizzera adotta dal 1998. È la soluzione adeguata?

C. N.: Le vecchie ricette di aiuto sono tuttora necessarie. Ma il trasferimento diretto di denaro alle vittime di catastrofi ha dato buoni risultati. In primo luogo, il beneficiario può scegliere e acquistare al miglior prezzo quello di cui ha bisogno sul mercato locale. Il trasferimento di denaro stimola inoltre l'economia locale, perché chi riceve questo denaro, talvolta lo investe in attività economiche, anche modeste. Ciò permette di ridurre la dipendenza da aiuti esterni.

Qualche mese fa ho visitato dei rifugiati nei pressi del lago Ciad. Con il denaro trasferito direttamente, una donna ha potuto comprare stoffe e aghi, confezionando vestiti da vendere nel villaggio vicino. Questo esempio dimostra che le persone sono responsabili e conoscono (meglio di noi) la loro realtà. Devono quindi poter decidere qual è la soluzione più efficace.

swissinfo.ch: Questi aiuti diretti rappresentano dunque un modo per porre fine a un certo paternalismo che ha contraddistinto l’aiuto allo sviluppo, sia da parte degli Stati che delle ONG?

C. N.: Non si tratta di un passo verso una maggior efficienza e sostenibilità delle azioni di assistenza. Questo trasferimento di denaro è anche un modo per accrescere l’impatto degli aiuti versati, poiché questa formula permette di tessere un legame tra urgenza umanitaria e sviluppo. Bisogna però precisare che questa modalità presenta anche dei limiti. A medio termine, la cooperazione allo sviluppo – in particolare gli aiuti pubblici – mira a modificare dei sistemi, in modo che le politiche pubbliche permettano, tra le altre cose, di migliorare la resilienza delle popolazioni e di creare un quadro favorevole alle opportunità. Si tratta dunque di combinare le modalità d’intervento.

swissinfo.ch: Per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo, questa strategia è dunque lungi dall’essere sufficiente?

C. N.: Sì, non si tratta della soluzione con la S maiuscola, nemmeno nel campo dell’aiuto umanitario. Ma è necessario cambiare punto di vista. Le persone in difficoltà hanno bisogno di opportunità, non di essere assistite. Un giovane di 16 o 18 anni non vuole sentirsi dire che sarà assistito per i prossimi 40 anni. Chiede di avere la possibilità di cogliere opportunità che includano l'accesso a servizi di base come l'istruzione o la sanità, ma anche il fatto di poter vivere in un ambiente sicuro, in un paese con uno Stato di diritto, di trovare lavoro o di sviluppare la propria attività in mercati locali che funzionino.

 


Traduzione dal francese, Stefania Summermatter

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